Aggiornamento

Tutto ok.
Scalato vulcano di 5000 metri nel mezzo del Salar de Uyuni, Bolivia.
Combriccola cresciuta, sei elementi (Italia, Peru, Francia, Argentina).
Prima diarrea del viaggiatore apparentemente sconfitta.
Molto altro.

Stanotte partenza per la Paz.

Quando trovo un internet ragionevole metto qualche foto impressionante.
Baci a tutti.

Alcuni aggiornamenti…

San Miguel de Tucuman, Argentina
 
Cari amici,
dall’ultima volta che ho aggiornato questo blog sono successe una miriade di cose che sarebbero degne di nota. Proverò a riassumere in breve le avventure capitatemi.
 
Da Esquél, l’ultima città da cui ho scritto, abbiamo preso la decisione di scendere a Sud per il Cile. All’apparenza, e secondo molti altri viaggiatori incontrati sulla carretera, sembrava essere la soluzione più invitante. Ci avrebbe permesso di evitare la famigerata Ruta 40, nota ai mochilleros (ovvero i viaggiatori zaino in spalla) per la sua difficoltà, nel mezzo di un deserto sferzato da venti impetuosi, e scarsamente popolata. Dunque decidiamo di dirigerci verso il vicino passo di frontiera, che porta il nome di Futaleufu, ovvero “Grande Fiume” nella lingua Mapundungun.
 
Nell’autobus incontriamo 3 ragazzi argentini, subito soprannominati i Chicos, che ci accompagneranno per un bel pezzo, Nico, Pia ed Elias. Sono tre giovani provenienti dalla banlieu di Buenos Aires, e finanziano il proprio viaggio con lavori di artigianato che vendono per strada. Viaggiano con pochi soldi e tantissima attrezzatura. Tende, sacchi a pelo, tutto l’occorrente per lavorare, una cucina portatile e molto altro ancora. I loro zaini pesano moltissimo, ma non si lamenteranno nei due giorni di camminata che stiamo per affrontare (anche se ancora non lo sappiamo).
 
Arrivati a Trevelin, una piccola colonia Gallese, il grande dio dei viaggiatori che ci protegge e ci aiuta, ci manda un pulmino guidato da Hernan, il Cileno, che ci porta (gratis) fino al paesino cileno di Futaleufù, appunto. Non mi dilungherò contandovi le lunghe procedure doganali a cui gli spocchiosi ufficiali cileni ci sottopongono, né vi dirò come ci siamo ingozzati di carote e mele in ottemperanza al divieto di importazione di vegetali freschi….
 
Arrivati dunque in Cile, incautamente sprovvisti di moneta locale, e pieni di fiducia negli autisti locali, ci incamminiamo per una strada di montagna che costeggia il Grande Fiume, e che ci regala una vista splendida delle montagne fiorite. Per ora fa solo freddino, buono per camminare carichi come muli…
 
Di lì a poco ci rendiamo conto che fare autostop è fuori discussione, non si ferma nessuno dei pick-up gringhi che sfrecciano sullo sterrato, e dopo lunghe ore di camminata e molto mate, sopraggiunge il freddo. Decidiamo di elemosinare ospitalità presso una contadina che ci permette di piantare le tende davanti a casa sua, ci fornisce acqua fresca e legna per il fuoco. Più tardi si uniranno a noi tutti i componenti della famiglia, curiosi di vedere questi 6 stranieri di 4 nazionalità diverse che non hanno idea di dove stiano andando…
 
Passata una gelida notte (per me insonne), ci rimettiamo in cammino di buonora, appena in tempo per perdere l’unico autobus che passa in quella remota landa. Non ci resta che camminare e camminare. Giungiamo ad una specie di lodge per pescatori, dove un tal Eliseo si muove a compassione, e ci prepara del pane fatto in casa, del mate e ci vende il formaggio che produce personalmente. Dopo esserci rifocillati e riposati, paghiamo profumatamente Eliseo perché ci porti a Villa Santa Lucia, dove Ugo e i Chicos piantano la tenda davanti al “Supermercato” (non più di 12 metri quadri di negozietto riscaldato a legna), mentre io e Lizzette ci concediamo un ostello con doccia calda e materassi veri, come quelli di casa o quasi.
 
La giornata seguente trascorre tra tentativi fallimentari di autostop sulla Carretera Austral, e nell’attesa di un autobus, o “collectivo” come dicono qui, che parte con due o tre ore di ritardo. Nel frattempo ci rifugiamo in una presunta sala da tè per sfuggire alla pioggerellina che insieme al freddo dà vita a un cocktail più letale del polonio. Fin’ora abbiamo percorso circa 120 dei 10.000 chilometri che due giorni prima ci separavano dalla meta, Ushuaia.
 
Arriva l’autobus che ci porta a la Junta, altri 70 chilometri, altri peso cileni per dormire, altro freddo. Contrattiamo un po’ con un signore che ci lascia dormire in un capanno di legno in costruzione che un giorno diverrà una “cabana”, ovvero una specie di baita per i turisti, e che almeno è fornito di stufa (ma non della legna che siamo costretti a rubare durante la notte), e di una cucina, dove rifocillo tutti i miei compagni di viaggio nonché la famiglia del mio ospite con una ricetta famosissima: l’Amatriciana Cilena!!! Viene abbastanza pessima e scotta, ma tutti si complimentano con me. La fama Italiana è salva, e la fame dell’italiano saziata.
 
Passiamo la notte insonne a cazzeggio, incollati alla stufa, raccontando storie di viaggio e imparando l’arte di tessere braccialetti. Elias sopraffatto dal sonno rischia di cadere di faccia sulla stufa incandescente. Prepariamo gli zaini, laviamo i piatti, asciughiamo i vestiti sulla stufa (leggi: “bruciamo i vestiti sulla stufa”) e di buon mattino collassiamo sui sedili di un costosissimo collectivo che ci porta fino a Coyhaique, ancora più a Sud, nella Patagonia Cilena.
 
È una cittadina ricca, un sacco di turismo e di negozi, wi-fi ovunque. Ci sistemiamo nell’ennesimo ostello dove dormiamo in 6 in 4 letti, per risparmiare. Il cile ha rotto il cazzo, è caro e freddo, bisogna dividere tutti i prezzi per 130 per fare la conversione, e nessuno si ferma se fai autostop.
 
Torniamo in Argentina! Lo facciamo con un autobus e poi un traghetto che attraversa un lago cristallino, e poi vari passaggi fino a Los Antiguos. Siamo di nuovo a casa, in Argentina, e i prezzi non vanno più divisi per 130, ma solo per 5. Questo semplifica notevolmente i calcoli.
 
Los Antiguos non è male, si trova nella provincia di Santa Cruz, sinonimo di venti estremi. Infatti la città è cosparsa, molto permaculturalmente, di barriere antivento fatte con filari di alberi che credo siano Pioppi simili al Tremulo. Inoltre ci sono molti “chacras”, appezamenti di terreno utilizzati per coltivare di tutto. Dalla frutta, alle rose, agli orti. Io e Lizzette decidiamo che il ritmo di avanzamento e la temperatura non sono compatibili con la nostra meta natalizia (Lima, Perù, circa 15.000km a Nord). Ci separiamo dagli altri.
 
E così i Chicos vanno per la loro strada fatta di braccialetti e autostop, Hugo prosegue con un belga conosciuto sul suddetto traghetto, direzione El Calafate, dove c’è l’unico ghiacciaio attivo del mondo (Perito Moreno), e io e la mia compagna di viaggio prendiamo per il nord, con un tour de force di una cinquantina di ore tra autobus e attese che ci porterà a Cordoba, a Nord di Buenos Aires. Sul cammino ci fermiamo alcune ore a Caleta Olivia, l’emblema della bugia capitalista Argentina. Circondata da diversi pozzi di petrolio, la città è brutta da far paura, e nella piazza principale una statua di bronzo raffigura un operaio che manovra un qualche rubinetto oleodottifero. Non vedo ricchezza in torno a me, e il fiero operaio con il caschetto e gli anfibi mi sembra patetico, e lo è. Il fiume di cash scorre verso altre latitudini, altri emisferi.
 
In breve: gli ultimi tre giorni li abbiamo trascorsi in tranquillità a Cordoba, ospiti dal genetista-attore-couchsurfer Hernàn e dei suoi ottimi coinquilini, con cui discutiamo di soia transgenica e glifosato. La città è un polo culturale in questa nazione. Piena di teatri, negozietti chic, designers e stilisti.
 
Fallito nuovamente il tentativo di fare autostop, prendiamo un bus fino a Tucuman, dove mi trovo ora. Oggi Hugo mi ha mandato un messaggio. È a Ushuaia, ce l’ha fatta, e ce l’ha fatta in autostop. Grande Hugo!

Patagonia zero express

Esquél, Patagonia Argentina
 
Siamo arrivati fino a qua. Siamo in Patagonia, la Patagonia di Chatwin, di Sepulveda, ma soprattutto la nostra Patagonia, la de los Guerreros del Arco Iris.
 
La Patagonia è un luogo incredibile, le distanze sono incompresibili, l’archittettura tirolese, i cani randagi abbondanti e festosi, la vibra latina. Il cielo annuvolato ci regala dei contrasti mozzafiato. Sappiamo che la cordigliera è qui, alla nostra destra, ma ancora non l’abbiamo vista bene, colpa delle nuvole o della naturale soggezione che questo monumento naturale ti incute. In ogni caso domani Domani.
 
Dopo aver lasciato Buenos Aires, o Capital se volete, ci siamo diretti a San Carlos de Bariloche, la porta di Ingresso della Patagonia, dove un paesaggio collinare introduce il tema andino, e si congeda da quello della Pampa. Il viaggio è stato incredibile, 22 ore su un autobus comodissimo che non si è fermato praticamente mai. Arrivati a Bariloche abbiamo fatto un breve giro della città, e ci siamo diretti a El Bolsòn, pochi kilometri più a sud. Ovvio. Trascorsi tre giorni di pioggerella perenne a El Bolsòn, visitato un centro di permacultura chiuso e deserto, e condiviso una pizza cotta sulla brace con un plotone di fricchettoni alcolizzati, ci siamo rimessi in marcia, per la precisione fallendo nel tentativo di trovare un passaggio, e quindi scegliendo il mezzo più comodo.
 
Quindi per farla breve, siamo arrivati qui, ovvero a Neuquén, con una autobus costosissimo. Stasera a cena, nella cucina del campeggio/ostello dove siamo alloggiati, abbiamo tirato fuori la carta per decidere il da farsi, e grazie alle indicazioni di persone di cui non so il nome, abbiamo deciso di partire domani di buonora, prendere un autobus (che costa $4, quattro pesos, un dollaro) fino a Trevelin (un luogo che ha a che vedere con il Galles, non so ancora esattamente come), e poi proseguire da lì in autostop, verso il Cile, e verso una cittadina/paesino/buco di culo che si chiama Villa Santa Lucia. Da lì l’idea è di proseguire in Cile per poi ripassare in Argentina più a Sud.
 
Il punto è che oramai la nostra missione è diventata quella di giungere a Ashuaia, sani, salvi e uniti, tutti e tre. Io e Hugo abbiamo già sedato diversi tentativi di ammutinamento da parte di Lizzette, quindi per ora il piano funziona. La parola Sud (Sur in Castigliano) ricorre un numero imprecisato di volte in ogni idea che viene espressa o taciuta. Ho comprato una bussola per avere sempre presente dove stiamo andando, e mi rallegro vedendo che oscilla di poco attorno alla rotta dei 180°, ovvero, appunto, Sud.

Gaia, la Terra, la Pachamama

Nella Pampa Humeda a sud di Buenos Aires si trova una comunità di Sapiens del tutto fuori del normale. Si tratta di un’ecovilla, di nome Gaia, dove circa 15 anni fa non si sarebbe immaginato quello che stava per accadere. Questi 20 ettari di terra non mostravano nulla di particolare, nessuna differenza coi circostanti pascoli sconfinati, nessun animale selvatico, nessun Lagarto (una sorta di Iguana gigante), nessuna famiglia di Volpi, nessuna concentrazione spropositata di amore e rispetto per il genere umano.

Oggi non è più così. All’ingresso di Gaia, una costruzione in fango accoglie il visitatore con le sue enormi mani modellate nella mescola di paglia e terra, si notano le estremità delle unghie nere, sporche di fango, ancora una volta. Una mano di fango, con unghie di fango, sporche di fango. Che sfricchettonata, pensa l’avventore, ignaro di ciò che lo aspetta.

Questa piccola comunità, composta da circa 10 residenti tra i 7 e gli 82 anni, accoglie ogni anno centinaia di visitatori, studenti, viaggiatori, volontari che desiderano fare l’esperienza di una vita sostenibile in armonia con ogni essere vivente in grado di vivere nel mite clima della Pampa. Il caso specifico tratta di 9 Sapiens e di un corso che porta il nome di “Explorando  la vida sustentable”.

Tra le mille meraviglie, ci sono oltre ottomila alberi, principalmente acacie e altre leguminose arboree (azotofissatrici), alcuni eucalipti, alberi da frutto, noci pecan, giovani alberi del fico. La comunità è autosufficiente dal punto di vista energetico, grazie ad un sistema di 3 generatori eolici da 4 kw di potenza nominale ciascuno, più un sistema di produzione fotovoltaico e un banco batterie da 6v che costituisce la riserva in caso di mancanza di vento e sole contemporaneamente. Con questa energia vengono alimentate tutte le abitazioni, magazzini e locali vari, il sistema di illuminazione che è in fase di aggiornamento alla tecnologia led, la pompa che succhia acqua dal pozzo fornendo acqua (potabile e buonissima) a tutto il sistema, una piccola macchinina elettrica tipo campo da golf con cui ci si muove all’interno della Villa, alcune macchine edili, il sistema che con un antenna permette di collegare l’ufficio al vicino paesino di Navarro fornendo una connessione Intenet a banda larga che funziona per alcune ore al giorno. Nella cucina, ubicata nel centro comunitario, una zucca colorata indica lo stato di carica delle batterie (rosso, giallo o verde), non l’ho mai vista né gialla né rossa. Le pale sono in continuo movimento, un vento fresco soffia quasi costante accarezzando le foglie degli alberi, e favorendo le evoluzione delle mille specie di uccelli presenti, tra cui diverse specie di rapaci (presumibilmente falchi e nibbi).

Le docce funzionano con un sistema di collettori solari, così che in estate (dopo un certa ora) l’acqua è sempre bollente. In mancanza di sole, ci sono delle stufe a legna (ovviamente autoprodotta). Le acque grigie generate dalla cucina e dai bagni sono filtrate e restituite alla Terra attraverso un canale composto da diversi strati di argilla e altri materiali naturali (e locali) e all’aiuto di alcune piante (per la precisione tre specie diverse) che sottraggono gli elementi dannosi processandoli “alchimicamente”, e di pari passo svolgendo altri miracoli (sottraggono anidride carbonica dall’atmosfera, producono ossigeno, forniscono materia organica vitale per il suolo e una di queste produce un fiore il cui polline è un alimento ad alto valore nutritivo. In più sono belle).

E la merda? Tutti i WC in Gaia sono bagni secchi. Vuol dire che non consumano acqua (non c’è lo sciacquone per capirci) e di conseguenza non inquinano le falde acquifere. Infatti la materia fecale, che si deposita in un’apposta camera al di sotto del trono reale, viene trasformata da una popolazione di lombrichi californiani (piccoli vermetti rossi) che la trasformano in compost, riducendone il  volume di moltissime volte e neutralizzando il carico di agenti patogeni presente nelle feci umane. L’urina viene separata grazie ad un sistema semplicissimo studiato in base all’ergonomia umana (pensate: l’angolo di emissione della pipì è lo stesso nel maschio e nella femmina di Sapiens quando sono seduti). L’urina diluita in una proporzione compresa tra 1:5 a 1:10 in acqua viene utilizzata come concime. Il bagno non ha nessun odore particolare, se non, come tutti i bagni del mondo, immediatamente dopo l’atto creativo.

Un discorso a parte lo merita il funzionamento della cucina: due collettori solari di tipo parabolico aiutano a riscaldare l’acqua, che viene usata per cucinare o per preparare il mate. Una cucina a legna costruita sempre in fango finisce il lavoro iniziato dal sole. Una volta portata la pietanza a temperatura di cottura, quando la ricetta lo permette, si pone la pentola in una speciale scatola isolata termicamente dove si termina la cottura. Una cucina a gas tradizionale è utilizzata quando non si vuole accendere il fuoco a legna. Risultato: un risotto per trenta persone si cuoce con 5 minuti di gas, per esempio. Fuori dalla cucina un forno a legna cuoce le fantastiche pizze che Monica, la cuoca della comunità, ammassa con farina integrale di grano (di un produttore locale), acqua del pozzo e diverse tonnellate di amore. A Gaia non si mangia né carne né pesce, non si utilizza sale nella cucina (ma ognuno lo può aggiungere per sé), e si cerca di reperire gli alimenti che non si possono produrre dai produttori locali riducendo i costi di trasporto e l’impatto ambientale.

La spazzatura: ovviamente tutto ciò che è organico viene compostato, mentre ciò che non lo è viene compresso in contenitori di plastica e utilizzato come materiale di costruzione negli edifici di fango. Il materiale viene chiamato affettuosamente “urbanite”. Può sembrare una strategia non molto sostenibile e per niente rinnovabile, ma bisogna tener presente che nella provincia dove si trova Gaia non esiste la nettezza urbana o la raccolta dei rifiuti, né tantomeno una filiera di riciclaggio. I contadini vicini semplicemente interrano i rifiuti o li bruciano. Inoltre, il sistema dei consumi Gaiano produce una quantità di rifiuti inorganici davvero minima, data la quasi totale assenza di cibi confezionati, bibite imbottigliate eccetera. In Gaia non si beve alcool (e non si consumano droghe), i residenti sono tutti non fumatori, e ai fumatori viene chiesto di portare con sé i residui del proprio vizio una volta usciti da Gaia. Impressionante.

Un edificio con un incredibile sistema di ventilazione passivo (geotermico) studiato e sviluppato appositamente da Gaia in collaborazione con l’INTI (l’Istituto Nazionale di Teconologia Industriale Argentino) ospita lo IAP (Istituto Argentino di Permacultura) e una piccola banca di semi. Sarebbe troppo lunga in questa sede spiegare l’importanza di custodire semi di varietà non ibride a impollinazione aperta. Vi basti sapere che ci sono oltre 1000 diverse specie di semi, principalmente alimentari, provenienti da tutto il mondo, e affidate a Gaia da diverse persone coinvolte nel tema della difesa di questi tesori, al riparo dagli interessi corporativi delle multinazionali alimentari.

I residenti di Gaia, soci dell’associazione Gaia, non possiedono la terra, non sono proprietari delle proprie case, che sono dell’associazione. Percepiscono uno stipendio mensile di $700 (meno di 150 euro) e la finanza della comunità si fonda sulle quote dei corsi e sui servizi di consulenza che offrono. E sui consumi ridottissimi. I Gaiani conducono una vita relativamente austera, lavorano molto, ma sono persone normali, possiedono e utilizzano computer, viaggiano ogni tanto, scherzano dormono e cagano. Nel passato erano come noi, figli del capitalismo. Gustavo, colui che si occupa del disegno permaculturale di Gaia, è veterinario. Sono persone coerenti, forti, piene di entusiasmo, divertenti, esperte, molto affettuose e disciplinate. Sono anche abbastanza fanatiche da un certo punto di vista. Condividono la maggior parte della loro vita con persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, insegnando con dedizione quanto hanno appreso nei 15 anni di Gaia, e per quello che ho visto, mi sembra che siano molto, molto felici. Sono in grado di essere a contatto con la natura in una maniera molto profonda, e di trasmettere questa sensazione coinvolgendo quanti si uniscono a loro per i brevi periodi dei corsi.

Il corso, che dura otto giorni, comprende attività pratiche e teoriche di vario tipo, includendo quelle agricole relative alla permacultura, alla costruzione naturale, alla vita comunitaria, alla cucina naturale. Non basterebbero le sedici ore di autobus che ancora mi separano da San Carlos de Bariloche, in Patagonia,  per descrivere l’infinità di esperienze incredibili che ho fatto qui. Oltre ad aver visto volpi a pochi centimetri da me, rettili, e persino uno dei pochi marsupiali rimasti in America (la chiamano “comadreja”), oltre ad aver piantato degli alberi e lavorato la terra con le mie mani, oltre ad aver amato i miei compagni di corso come fratelli (uno di loro è diventato mio compagno di viaggio,  e ora è seduto dietro di me, al fianco di Lizzette, mentre andiamo verso sud), oltre a tutto questo, quello che più di tutto ha lasciato me e tutti gli altri del corso basiti, meravigliati e pieni di speranza, è vedere che esiste un’alternativa possibile alla “locura” (cioè la pazzia) capitalista, una via che ponga il Sapiens e la Natura al centro del sistema, e con una punta di presunzione direi un’alternativa concreta all’era post-petrolifera che inevitabilmente verrà, con o senza di noi presenti.

Questo è un po’ di quello che io ho trovato a Gaia.

Non mi dimenticherò mai nella mia vita quanto sto per raccontarvi: durante una lezione sul tema delle sementi si parlava del pericolo degli alimenti transgenici, delle incredibili somme di denaro investite per produrre varietà che non si  riproducono (grazie ad un gene chiamato “terminator” impiantato nel genoma di alcune varietà di mais, ad esempio), delle porcherie che ogni giorno le multinazionali commettono in tutta l’America Latina e altrove, e così via dicendo. Vedendo le nostre facce sconsolate e commosse, Gustavo, il Maestro, il Permacultore di Gaia ci guarda negli occhi e ci dice: “non me miren asi, ustedes son guerreros!”.

Io e Hugo ci siamo fermati un giorno in più a Gaia, dopo la fine del corso, abbiamo raccolto alcuni semi di Acacia Nera e di Mais, un po’ di fertile terra di Gaia e di argilla, e dopo aver preparato le nostre Seed Bombs (“palline reforestanti” inventate da Masanobu Fukoka, un microbiologo giapponese inventore dell’agricoltura naturale), e dopo aver salutato tutti e preparato lo zaino, ci siamo rimessi in cammino, ben coscienti di dove la vita ci stava portando da quel momento in poi. Ora andiamo verso sud, carichi di entusiasmo, di voglia di apprendere, di speranza, di progetti, e di Bombe di Sementi nei nostri zaini. Del resto siamo guerrieri.

Desayuno tropical

Eccoci in Latinoamerica.

Che dire: neanche 24 ore dal mio arrivo e già mi piace. Sono molto sorpreso da questa città, che non ha nulla da invidiare a molte capitali europee. Ci sono mezzi pubblici efficienti, palazzi barocchi stile Madrid, donne bellissime e veicoli scassati e decrepiti di provenienza americana e italiana. Ci sono anche Fiat mai viste da noi, e Fiorini e 127 che sembrano nuovi.

Ora sono in un elegante bar del quartiere Palermo, a fare colazione (sono le 8 di mattina qui), in attesa di prendere l’autobus che mi porterà a Navarro, dove si trova Gaia.

Torno al mio desayuno tropical, troppo buono per distrarsi.

Saluti

Mercoledì è iniziata ufficialmente la fine di questo capitolo Romano, salutata da una cena di lavoro con le persone che mi hanno accompagnato in questo anno e mezzo.

Ci sono stati i primi saluti, alcuni arrivederci che forse sono addii…

E oggi, ultimo giorno di lavoro, ne seguiranno altri.
E poi stasera, ce ne saranno ancora.

Questa è la quarta volta negli ultimi tre o quattro anni, che sto per andarmene, e ormai ci ho fatto l’abitudine, ma è sempre una sensazione strana. Ciò che inizia ha un senso in relazione a qualcosa che finisce, una specie di discontinuità, di pietra miliare immateriale, che è di per sé un obbiettivo raggiunto.

L’esperienza di lavoro che ho fatto qui, che si conclude oggi, è un’altro pezzetto di me. Un me che cambia giorno per giorno, un me incompleto che si completa man mano, senza mai completarsi veramente.

Ora non rimane che inscatolare le ultime cose, mettere insieme gli ultimi documenti, e prepararsi al grande salto.

-7. Cavolo, -7.

Countdown

Tra due settimane, a quest’ora, avrò lasciato da 24 minuti il suolo del vecchio continente.

In questo momento, nella cucina di casa, ascolto il Buena Vista Social Club grazie alla sapiente selezione del Lupo.

Quindi, in poche, pochissime parole: ci siamo quasi miei cari e affezionati e inesistenti lettori.

Buena vista.